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Tor SanLorenzo: Il nome della località è legato alla bellissima torre costiera costruita nel 1570 vicino alla più antica chiesa del territorio, edificata prima dell'anno mille e dedicata al culto di san Lorenzo. Il territorio, ricco di corsi d'acqua, sorgenti minerali, solfuree e termali, un tempo era caratterizzato da boschi, macchie e paludi stagionali, costituendo un ambiente favorevole all'insediamento dell'uomo primitivo. Testimonianze della presenza dell'uomo di Neanderthal intorno a 100.000 anni fa sono state rinvenute a Tor San Lorenzo ed alla Nuova Florida. A Colle Romito sono state individuate sepolture risalenti all'età neolitica (circa 2.500 anni fa) riferibili ad una cultura in cui era prevalente la lavorazione del rame. In queste epoche remote la popolazione locale era dedita alla pastorizia, all'agricoltura, alla caccia, alla pesca e alla raccolta di frutti selvatici. La costa era a quel tempo una foresta sconfinata di lecci giganteschi, dune, fiumi e laghi, il misterioso e intricato mondo delle ninfe e dei satiri, tanto ricorrenti nelle più antiche leggende del luogo. La cultura locale subÌ l'influenza dei grandi centri dell' Etruria meridionale e risultò fortemente interconnessa con la popolazione Rutula, che dominò un esteso territorio nel cuore del Lazio antico. Le foci dei fiumi, con le loro lagune stagionali, divennero importanti scali costieri per gli interscambi commerciali con i Greci, i Fenici e gli altri grandi navigatori del mondo antico. Fin dai tempi più remoti esisteva una via che, passando attraverso i boschi litoranei, congiungeva Ostia, Laurento, Ardea, Anzio ed i vari scali costieri. Questa via fu ricostruita e corretta dall'imperatore Settimio Severio e da allora prese il nome di via Severiana. Alla foce del fiume Incastro, emissario del lago di Nemi, sorgeva il più importante dei centri costieri, una città portuale antichissima a cui fu dato successivamente il nome di Castrum Inui, dal dio Inuo (Priapo) cui era dedicato il porto e la sua città. Proprio a questa memoria storica si deve il nome oggi portato dal fiume. Inuo-Priapo era protettore della fertilità, intesa prevalentemente come fecondità della terra, e si manifestava benigno ogni anno, intorno al 10 di agosto, con una pioggia del suo seme fecondatore dal cielo, a garanzia di un ricco raccolto per l'anno successivo. Questo sciame meteorico annuale, originariamente collegato col culto di Inuo-Priapo è oggi noto come "lacrime di san Lorenzo", in onore di quello stesso santo che, in epoca cristiana, ha sostituito il culto del nume pagano, figlio di Venere e Giove, maledetto da Giunone e condannato da lei alla deformità. A Castrum Inui sorgeva il santuario internazionale ‘Aphrodisium’, dedicato alla Venere Afrodite, dea dell'amore e della fertilità nata dal mare e madre di Inuo-Priapo. Era imponente la bellezza di questo antico insediamento portuale che, secondo la leggenda, fu fondato da Latino Silvio, figlio di Ascanio e nipote di Enea, 1.300 anni prima di Cristo, il luogo è citato col nome di "Fortezza d'Inuo" anche nel VI canto dell'Eneide, v. 934. In tempi antichi la linea di costa, rispetto ad oggi, si trovava più verso il mare di qualche centinaio di metri. Il porticciolo iniziale acquistò sempre più importanza per i trasporti nell'entroterra, i Rutuli o forse i Fenici ne fecero una vera e propria costruzione con una forma a tenaglia. Uno storico del 1.100 (Canina) ipotizza delle mura semicircolari con un antemurale centrale, ingresso e faro ad ovest, fra i due moli che proteggevano dal maestrale e dal libeccio. L'importanza di questo insediamento divenne vitale. Nelle cartine redatte dalla soprintendenza ai beni archeologici, che ricostruiscono la struttura del territorio dall'era protostorica alla tarda età imperiale, ben due delle antiche strade censite (una in direzione Roma e una in direzione Ardea) si interrompono all'altezza della foce, ad attestare la nevralgicità della città portuale che aveva contatti diretti con le linee commerciali dirette a Roma, dove già prima della fondazione della città esisteva da tempo, nell'isola Tiberina, un nodo commerciale per l'entroterra. In questo potente scalo commerciale, dove giungevano le navi dei mercanti del Medio Oriente e della Grecia con i loro ricchi e raffinati carichi di merci e cultura, esisteva probabilmente una temibile flotta armata che, come quella della vicina Anzio, si dedicava alla pirateria sul mare Ionio. Nel VI-VII secolo a.C. il porto aveva già gravi problemi sia di insabbiamento che di avanzamento del mare. Ciò nonostante la città portuale continuò a prosperare e ad espandersi, come dimostrano delle strutture rinvenute a circa 800 mt di distanza dall'attuale costa, databili almeno a questo periodo. Durante il V secolo a.C. Ardea fu il baluardo latino nella lunga e durissima guerra contro i volsci, ormai padroni di Anzio, in questa fase l'apporto della città portuale alle attività belliche fu molto importante. Quando i romani raggiunsero Ardea, reprimendone la ribellione nel 205 a.C. e avendo problemi di ingorghi negli altri porti, provvidero alla sistemazione e al ripristino di Castrum Inui. I romani crearono dei moli ben più imponenti e presumibilmente rispettarono lo schema tipico del Lazio: bracci curveggianti, entrata a sud o a libeccio, protezione da tutti gli altri venti, faro sul braccio minore, banchine interne. Questo porto tornò ad essere nevralgico. Scipione l'Africano utilizzò l'approdo di Castrum Inui per la sua flotta e da qui si imbarcarono le legioni di Cesare Augusto Ottaviano per l'avventura egiziana, raddrizzando l'ansa finale del fiume per permettere l'agevole uscita delle grosse triremi ormeggiate nei bacini portuali interni. Nei trattati romano-cartaginesi appariva il nome del porto di Ardea quale punto marittimo da rispettare perchè essenzialmente vitale per l'attività commerciale del bacino Mediterraneo, uno dei cinque approdi più importanti del Lazio. Lo stesso apostolo Pietro transitò per Ardea giungendo via mare dal porto di Ostia... L'ingegneria romana non riuscì comunque a vincere la forza scatenata dalla natura. Pochi decenni ed il mare nuovamente avanzò, sommergendo e insabbiando il porto ed il litorale. Parte degli abitanti della città portuale, insieme ai cittadini di Zante, lasciò la zona e prese il mare per andare a fondare la colonia marina di Sagunto (Spagna) seguendo la rotta della 'via dei metalli'. L'attività portuale di Castrum Inui proseguì limitatamente alla cantieristica navale e all'attracco di naviglio di piccolo cabotaggio, fino a cessare definitivamente a causa dell'interramento delle strutture portuali interne, conseguenza di fattori naturali e del mutamento delle rotte commerciali. Il mare avanzava inesorabilmente e molte zone furono soggette ad impaludamento progressivo. L'imperatore romano Nerone progettò di unire questi laghetti interni creando un immenso canale navigabile da Ostia ad Anzio, ma il progetto fu abbandonato dopo la sua morte. Dall'inizio del II e III secolo d.C. si verificò un costante esodo di abitanti della città portuale che con naviglio ed attrezzature andarono ad incrementare una colonia marittima che sarà chiamata anch'essa Inui Castrum (nota anche come Castrum Novum ), localizzata nei pressi dell'antica Pyrgi. La via Severiana conobbe un nuovo momento di splendore, lungo di essa furono costruite splendide ville monumentali per la villeggiatura dei più illustri personaggi della Roma imperiale. Molto probabilmente una di queste costruzioni riutilizzò con lavori di restauro e ampliamento piuttosto grossolani, una parte dell'antica città portuale. Nel 312 d.C. l'imperatore Massimino, nonostante le pressanti richieste, rifiutò ad Ardea la dotazione di barriere frangiflutti che potevano salvare ciò che restava del porto. La malaria e le epidemie terminano l'opera di spopolamento della città portuale ormai ridotta a scalo di poca importanza. Circa un secolo dopo Rutilio Namanziano parla della zona come di un luogo antichissimo, ricchissimo e distrutto dal mare e dai secoli. Ne vedeva ancora una porta e una statua, forse il faro, che possiamo immaginare rappresentasse Inuo o Fauno: "Stringiamo Castro dal mare e dagli anni semidistrutto, ne resta a segnale una porta vetusta. In forma di una piccola statua in pietra lo presidia colui che ha corna sulla fronte pastorale. Secoli hanno cancellato il vecchio nome, però fu questo il Castro d' Inuo, sia che coi boschi tirreni Pan abbia mutato in Menalo, sia che Fauno si inoltri per i recessi dove è nato e vive. Poichè con larghezza di prole rinnova le stirpi mortali eccolo, il dio è ritratto pronto ad abbandonarsi a Venere". Una coltre di oblio copre la città portuale e le splendide ville romane. Scomparse le banchine di attracco, sommerse le attrezzature portuali marine, interrati i moli fluviali, demolite le mura del Tempio del dio marino, dei magazzini, dell'emporium, coperto dalla sabbia l'Aphrodisium, cancellata la rete viaria che fu in parte smantellata dagli abitanti per intralciare il percorso degli invasori barbari, e per tratti inghiottita dalla sabbia e coperta dai tumuleti. Gli storici al seguito del Re d'Inghilterra Riccardo I detto Cuor di Leone (1189/1199), descrivono il viaggio del Re per questi luoghi, lungo la via Severiana: "... ci addentrammo nel folto della foresta transitando per una strada interamente lastricata in marmo che seguimmo per 80 miglia. La foresta abbonda di cervi, daini, stambecchi, cinghiali e tante specie di animali e uccellagione, di cui ne facemmo grande scorta... oltrepassammo corsi d'acqua, stagni lussureggianti di vegetazione e ricchi di pesce d'ogni specie... passammo per un Porto ( Castrum Inui ) che un tempo era rivestito di lamine di rame, dove esiste pure l'accesso di una grotta attraverso la quale in antico affluiva a Roma il denaro che vi proveniva d'ogni dove... Re Riccardo pronato pregò con devozione presso il santo luogo..." probabilmente la chiesa di San Lorenzo. Del porto si è già persa traccia e memoria, salvo per apparire menzionano nelle carte marittime dell'XI e XII secolo, perpetuando il ricordo di quello che fu uno degli approdi più importanti del mondo antico. Nelle cartine nautiche del 1500 è ancora segnalato un insediamento urbano in prossimità della foce dell'Incastro, distinto dalla città Ardea, riportata internamente; sono gli ultimi ricordi di una gloria antica. Nel 1500 una torre praticamente sull'acqua era ancora visibile, visto che nello Statuto di Ardea si vieta la pesca vicino alla torre per circa 80 metri. Nel corso del IX secolo le bande dei corsari saraceni percorrevano le campagne del territorio saccheggiando i villaggi e uccidendo o deportandone gli abitanti. In questo periodo, nel luogo chiamato Priapo, che corrisponde alla foce del fiume Incastro, sede dell'antica città portuale, nacque un prete di campagna che nell'anno 903 divenne Papa con il nome di Leone V e resse il seggio di san Pietro per appena due mesi, quindi fu imprigionato e fatto uccidere dal cardinale Cristoforo, che si proclamò suo successore. Intorno all' anno 1000, nel corso delle lotte fra impero e papato, Roma tentò di fortificare il piccolo stato monastico-feudale dei benedettini di san Paolo come contrapposizione all'abbazia di Farfa che risultava di simpatie imperiali. Papa Gregorio VII concesse ai monaci benedettini la chiesa di san Lorenzo e la metà del territorio di Ardea, l'altra metà fu poi data agli stessi monaci nel 1130. L'esistenza della chiesa e del luogo chiamato Priapo che diede i natali al Papa Leone V, testimonia la sopravvivenza di un nucleo abitativo a Tor San Lorenzo anche nel periodo più buio del medioevo, quando le condizioni di vita erano durissime a causa della malaria, delle incursioni saracene e delle continue guerre. Nei secoli successivi il territorio, benchè protetto dai potenti monaci, fu spesso preda di ripetuti e sanguinosi tentativi di conquista da parte delle potenti famiglie dei Colonna, degli Orsini e dei Savelli. La stabilità si raggiunse nel 1419, quando il Papa Martino V diede tutto il territorio di Ardea a Giordano Colonna, benchè negli anni successivi i Caffarelli ed i Cesarini, grazie a matrimoni e alienazioni, riuscirono ad entrare in possesso di alcune parti del feudo. Eccetto che durante una breve parentesi di dominazione dei Borgia,i Colonna mantennero il feudo fino al 1564, quando lo vendettero ai Cesarini. Nel frattempo, dopo la disfatta della flotta cristiana in Tunisia (1560), Papa Pio V invitò i feudatari del litorale a difendere la costa dalle invasioni dei Turchi. L'invito del Pontefice fu accolto dai Caffarelli che possedevano la tenuta di Tor San Lorenzo e si impegnarono a costruire su di essa una Torre "nel corso delle due invernate del 1568-1569 e questo per causa che l'estate non si può lavorare sia per il mal aere (malaria) sia per il timore dei turchi". La torre, come afferma l’Eschinardi, venne costruita su disegno di Michelangelo Buonarroti e fu terminata nel 1570. Ci sono validi sospetti che la struttura fu edificata riutilizzando il materiale di una torre più antica sita nello stesso luogo. Situata ad un centinaio di metri dal mare, la torre di San Lorenzo, che per la sua monumentale bellezza fu detta "Pomposa" dai corsari turchi, faceva parte di un imponente sistema difensivo dello Stato Pontificio, costituito da 14 torri costiere ed una serie di torri interne. La custodia di Torre San Lorenzo era affidata ad un torriere che aveva alle sue dipendenze una piccola guarnigione. Il presidio doveva sorvegliare la costa, segnalare il passaggio di eventuali navigli sospetti e respingere a cannonate qualsiasi tentativo di sbarco da parte dei pirati. Il torriere poteva lanciare segnali di soccorso con falò, colpi di cannone e specchi alle vedette delle torri vicine (Torre del Vajanico sulla costa e Torre della Moletta nell'entroterra, entrambe andate distrutte nell'ultimo conflitto mondiale), il segnale veniva rilanciato alle altre torri costiere fino a Civitavecchia, dove era pronta la flotta pontificia, e alle torri interne fino ai presidi militari deputati alla difesa da terra. La Torre di San Lorenzo, restaurata dai danni subiti nel corso della seconda guerra mondiale, è di forma quadrata e si eleva per quasi trenta metri. La terrazza superiore serviva da piazza d'armi. L'ingresso era accessibile per mezzo di una rampa gradinata che si arrestava a due metri dalla porta; il vuoto era superato con un ponte levatoio manovrabile solo dall'interno della torre. Nei pressi della torre cè ancora l'antica chiesa di san Lorenzo, restaurata nel XVIII e XIX secolo. Questa chiesa, nella quale fino agli anni '50 di questo secolo venivano celebrati i matrimoni dei pescatori, fu poi declassata al rango di 'cappella privata' dai proprietari della Torre e adibita per decenni a legnaia. Il borgo medievale che sorgeva nei pressi della torre e della chiesa di san Lorenzo, fu invece raso al suolo nel XVIII o nel XIX secolo dal latifondista che temeva eventuali rivendicazioni di diritti di uso civico da parte degli abitanti. Non lontano dalla chiesa sorge il casale Torlonia, con il pozzo e l'antica fontana. Attualmente lo spettacolo più bello che circonda la torre è costituito dal 'tomboleto', un complesso di dune alte fino a 10 metri e ricoperte dall'intricata macchia mediterranea. Altro edificio di grande interesse è 'la Rotonda' con l'annesso casale rurale dei Torlonia, situati lungo Viale Marino, nella parte più interna di Tor San Lorenzo. Negli anni '50 ancora era intatto l'accesso gradinato che dall'interno de 'la Rotonda' conduceva ad un grande ambiente ipogeo attraversato da una imponente galleria che, secondo la leggenda, consentiva all'imperatore Nerone di effettuare rapidi e sicuri spostamenti, con la sua carrozza d'oro, da Anzio a Roma. Nell'ambiente ipogeo una antica fontana era alimentata da acqua sorgiva. Gli accessi furono murati negli anni '60 dai proprietari Schillaci-Ventura. Si ritiene che questo complesso, insieme ai casali circostanti, sia stato edificato dai Torlonia sopra un'antica locanda di epoca romana. L'ipotesi è confermata dalle fondamenta in opera reticolata rinvenute dai primi coloni in questa zona e dalle numerosissime monetine. Torre, chiesa, casali e rotonda sono di proprietà privata e non sono purtroppo visitabili. Ai tempi di Sisto V la campagna di Ardea era temuta e rinomata per il fenomeno del brigantaggio che rappresentava la ribellione del mondo contadino alla ripresa della rendita feudale ed ecclesiastica. Progressivamente le campagne cessarono di essere seminate, si impaludarono e spopolarono. Le terre divennero ad esclusivo utilizzo dei mercanti di campagna e dei latifondisti, quelle grandi famiglie che, eccetto qualche casale edificato sulle antiche strutture pre-esistenti non curavano nè coltivavano le loro sterminate proprietà. Dal 1809 al 1814 il territorio, ormai ridotto alla fame e con poche centinaia di abitanti, entrò a far parte dell'impero napoleonico, nel 1816 divenne parte del Comune di Genzano e solo nel 1870, dopo la presa di Roma, divenne territorio dello Stato Italiano. Durante la bonifica si insediarono nelle campagne di Ardea, passata sotto il neo fondato comune di Pomezia, i coloni dell'opera nazionale combattenti. Dopo il secondo conflitto mondiale, che vide questa zona investita in pieno dallo sbarco di Anzio, un massiccio afflusso di coloni dal centro sud ripopolò le campagne di Tor San Lorenzo e Nuova Florida. Dalla fine degli anni '50 queste zone, un tempo boscose e selvagge, furono oggetto di un massiccio e incontrollato fenomeno di speculazione edilizia. Le capanne di paglia fra le dune, inizialmente abitate dai pescatori e ambite dai facoltosi villeggianti, sono pian piano sparite ed al loro posto sono sorti una serie di insediamenti abitativi stagionali in cemento armato. Di pari passo è sparito il turismo facoltoso dei vip. La sistematica distruzione delle risorse ambientali ha trovato il suo apogeo dopo il 1970, anno in cui Ardea ottenne l'autonomia comunale da Pomezia, un'autonomia che gli abitanti di Tor San Lorenzo, già frazione dal 1967, non volevano. Erano infatti già profondamente diverse e differenziate le due etnie che il 'comitato per lo sviluppo di Tor San Lorenzo' nella sua delibera n. 1 inviata al sindaco di Pomezia il 09/02/1968, dopo aver raccolto oltre 600 firme dei cittadini "dichiara di non opporsi a che la frazione di Ardea acquisti eventuale autonomia, ma, nella sicurezza di soddisfare alle necessità pratiche, economiche, turistiche, di incremento del lavoro e del progresso della popolazione stessa, respinge l'intento di assorbire nel territorio dell'eventuale comune di Ardea il territorio della frazione di Tor San Lorenzo. Il comitato, quindi, nel farsi portavoce della volontà dei cittadini residenti, invita le autorità in indirizzo a voler esaminare con tutta obiettività la situazione anagrafica ed economica della nostra frazione ed in particolare ad effettuare un censimento dei contribuenti di Tor San Lorenzo e ad accertare la effettiva volontà degli stessi - con le dovute garanzie di legge - in merito alla sopra accennata questione". La storia recente vede la conferma dell'indirizzo tracciato negli ultimi 30 anni. I nove Km di litorale, quasi privi di strutture ricettive e turistico-balneari, sono in estate presi d'assalto da 200.000-250.000 persone che si riversano caoticamente in una spiaggia sbarrata da un'interminabile muraglia di cemento, privata della caratteristica vegetazione e gravemente inquinata dalla scarsa depurazione degli scarichi fognari. L'assenza di una idonea programmazione turistico-ricettiva impedisce sia di assistere adeguatamente l'afflusso dei vacanzieri, sia di trasformare questa grande potenzialità in fonte di economia per il territorio. Beni ambientali, storici e archeologici Il litorale di Ardea, nonostante la caotica cementificazione, il disordinato incremento demografico indotto ed il disarmonico sviluppo complessivo, conserva ancora una notevole rilevanza paesaggistica, archeologica, geologica ed ambientale. La già citata torre di San Lorenzo, con l'adiacente chiesa ed i circostanti 45 ettari di dune e macchia mediterranea, costituiscono l'orgoglio ed il simbolo del litorale. Il già citato sito archeologico alla foce del fiume Incastro, ove un tempo sorgeva l'antica città portuale, sebbene gravemente compromesso dagli scavi clandestini, costituisce ancora una ricchissima fonte da un punto di vista storico, archeologico e culturale. La zona attualmente sommersa dal mare, dove sfocia il fiume, conserva intatte le strutture portuali che in condizioni favorevoli divengono visibili. Basti pensare che nel 1938 la RAF, dopo aver fotografato tali strutture, decise di bombardare la foce ritenendo di aver individuato una base segreta di attracco dei sommergibili tedeschi. Nelle aree al di sotto del livello del mare sono state individuate numerose sorgenti di acque minerali, solfuree e perfino termali; una potenzialità veramente congrua che potrebbe trasformare il litorale in una Fiuggi balneare. I numerosi casali signorili dei Torlonia, sparsi nel territorio, costituiscono invece beni di pregio architettonico e congiuntamente archeologico, visto che sorgono tutti su insediamenti più antichi e dotati di un interessante percorso ipogeo. La presenza dello stupendo parco botanico privato 'I giardini della Landriana' di rilevanza europea, con l'annesso e altrettanto rilevante vivaio Tor San Lorenzo, contribuisce in modo consistente a conferire al litorale di Tor San Lorenzo un’importanza che esula dal semplice turismo mordi e fuggi. Altrettanto qualificante è l'hotel 'La Pineta dei Liberti', struttura che include un ampio parco e casali rurali del '600, ove si conserva un cippo marmoreo commemorativo del passaggio in zona del celebre Spartaco a capo della rivolta degli schiavi. |
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