Ardea è una città antichissima, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, sfumando nelle leggende e nel mito. Di certo è noto solo che precedette di molto la nascita di Roma, e che fu patria dei rutuli, misterioso e bellicoso popolo locale immortalato da Virgilio.

La fondazione

Danae era la figlia di Acrisio, re di Argo, antica città greca. Il re, avvertito dall'oracolo che il figlio di sua figlia lo avrebbe un giorno ucciso, fece costruire una stanza sotterranea con le pareti di bronzo, dove rinchiuse, appena nata, la figlia Danae con la nutrice, in modo che mai avrebbe potuto conoscere un uomo e far avverare, concependo un figlio, la profezia. Zeus, re degli dèi, si innamorò della fanciulla rinchiusa nell'oscurità, così si trasformò in una pioggia d'oro, raggiunse la stanza sotterranea e fecondò Danae. Un giorno il re udì il pianto di un bambino provenire dalla prigione di Danae, infuriato uccise la nutrice e trascinò la figlia davanti all'altare, per conoscere chi fosse il padre del bambino. Ella rispose: "Zeus". Acrisio ebbe paura, così fece rinchiudere Danae ed il bambino (Perseo) in un'arca che abbandonò in mare aperto. Zeus ebbe pietà di entrambi e trascinò l'arca fino alla terra degli uomini nati dalla Terra. Dopo qualche tempo Danae sposò il re degli indigeni, Pilumno, ed insieme decisero di fondare una città. Così Danae, a bordo di una piccola imbarcazione, risalì il corso del fiume Incastro e si fermò davanti ad una rupe di tufo, scegliendola per fondare la nuova città, Ardea, sette secoli prima di Roma.

Grazie ad una felice posizione geografica, tra i volsci, i latini, la costa e l'entroterra del Lazio antico, i rutuli ebbero un ruolo privilegiato negli interscambi commerciali e culturali. La potenza di Ardea fu tale che perfino la dilagante Roma ebbe difficoltà a piegare, riuscendo nell'impresa solo fomentandone disordini interni.

Virgilio la narra sconfitta e distrutta dai troiani sbarcati con Enea, ma dalla sua stessa distruzione Ardea rinacque, come narra una delle sue leggende più belle, la leggenda dell'airone. Dal XIV libro della Metamorfosi di Ovidio:

"Turno muore. Ardea cade con lui, città fiorente finchè visse il suo re. Morto Turno, il fuoco dei Troiani la invade e le sue torri brucia e le dorate travi. Ma, poi che tutto crollò disfatto ed arso, dal mezzo delle macerie un uccello, visto allora per la prima volta, si alza in volo improvvisamente e battendo le ali, si scuote di dosso la cenere. Il suo grido, le sue ali di color cenere, la sua magrezza, tutto ricorda la città distrutta dai nemici. Ed infatti, d'Ardea il nome ancor gli resta. Con le penne del suo uccello Ardea piange la sua sorte".

L'arca di Danae e l'airone sono entrambi raffigurati nello stemma comunale di Ardea. Ardea è il nome latino dell'airone, Ardea Cinerea, simbolo e totem della città. Gli abitanti di Ardea erano i rutuli, gruppo etnico autoctono distinto dagli etruschi, su cui purtroppo si conosce ben poco. La parola ‘rutulo’ significa molto probabilmente 'rosso', forse a causa del colore della pelle, naturale o assunto attraverso l'uso di pittura rituale, oppure per il colore del tufo locale, a sua volta nato da una pioggia di fuoco del vulcano laziale e modellato dal corso dei fiumi. I rutuli erano un popolo bellicoso, le cui spade erano famose per la perfezione tecnica, ma anche abile nel commercio, nella lavorazione della terra, della ceramica e degli oggetti di ornamento personale. Il fuoco, il tufo e l'acqua erano e sono gli elementi dominanti di questo territorio, un tempo immerso in una boscaglia impenetrabile, popolata da ninfe degli alberi, ninfe acquatiche, folletti, satiri ed altre divinità silvane. Le antiche leggi punivano con la morte chi tagliava un albero secolare, accorciando così la vita della ninfa ad esso collegata.

La città di Ardea aveva un fascino particolare per i romani, attratti dalla sua età vetusta, dallo spirito indomito dei suoi abitanti (che tennero testa per secoli all'espansione romana) e dalla sacralità ancestrale dei suoi templi. Questa ammirazione si percepisce nettamente nei versi di Virgilio, che la chiama la città "antiqua" e la consacra a culla delle origini di Roma, nata appunto dalla fusione di tre grandi popoli, i guerrieri di Enea giunti da Troia, i rutuli di Ardea ed i latini di Laurentum. Sempre secondo Virgilio, Enea, principe troiano figlio di Venere, in fuga dalla sua città distrutta, approda nel Lazio, sconfigge i rutuli e si congiunge con i latini mediante matrimonio con Lavinia, figlia del loro re, in precedenza promessa in sposa al rutulo Turno. Sconfitti i rutuli ed ucciso il loro re, Ardea viene bruciata (proprio dal verbo ardere, in base ad una seconda teoria, discenderebbe il nome della città, ripetutamente incendiata e risorta dalle sue ceneri), ma lo spirito del luogo sotto le sembianze di un airone risorge dalle sue stesse ceneri, come la fenice, ed assume nuova vita.

Le evidenze archeologiche confermano in parte quanto narrato da Virgilio, rivelando nel territorio la presenza di insediamenti umani fin dalla preistoria, e con essi, un gran numero di templi. La popolazione della città antica, favorita dalla posizione strategica, era intensamente dedita agli scambi commerciali, ma anche dotata di una bellicosa classe combattente pronta a difendere il proprio territorio da eventuali invasioni, fino all'imprendibile arroccamento, arduo da assediare (terza teoria sull'origine del nome della città) grazie a doti naturali opportunamente potenziate con fossati, rinforzi murari e bastioni, di cui si conservano ancora (ben poche) tracce.

I pianori tufacei erano edificati sulla sommità, ma anche intensamente scavati nell'interno, con una fitta rete di cunicoli di cui si ignora completamente il periodo di costruzione, la tecnica, lo scopo e l'estensione. I tratti ancora conservati sono carrozzabili e caratterizzati da piazze, pozzi di areazione, svincoli, diramazioni in tutte le direzioni. Secondo le tradizioni orali popolari i cunicoli collegavano Ardea con le città dei Castelli Romani, Anzio e Roma. C'è ancora qualche anziano che sostiene di essere entrato nei cunicoli ad Ardea ed essere uscito a Lanuvio. Sempre secondo i racconti popolari, essi custodiscono ancora il tesoro di Turno, tra l'altro costituito da sette (o dodici) candelabri in oro massiccio consacrati al dio serpente (imparentato forse con l'egizio Seth?) e sorvegliati personalmente dal fantasma di Turno, pronto a cacciare gli intrusi rincorrendoli con la spada sguainata a bordo della sua biga d'oro. Riguardo il dio serpente, la tradizione sostiene che abitasse un tempo nei cunicoli di Ardea e fosse pronto a dispensare la sua millenaria saggezza a chi lo ingraziasse con il sacrificio di giovani vergini. C'è chi giura che qualcuno abbia effettivamente trovato e sottratto alcuni dei leggendari candelabri d'oro, evidentemente sfuggendo all'ira dello sfortunato Turno, ma che poi abbia dovuto fare i conti con la maledizione del dio serpente. Questa tradizione s’intreccia con quella delle grotte segrete di Nerone, una lunga strada sotterranea dalla sua villa di Anzio fino alla residenza imperiale di Roma, che il sovrano percorreva a bordo della sua biga (ovviamente d'oro massiccio), al sicuro da ladri, briganti e nemici vari. Purtroppo la maggior parte dei cunicoli si trova in proprietà private, soggette a varie operazioni di ostruzione, muratura, modifica strutturale o addirittura scarico di liquami e spazzatura. I pozzi di areazione sono stati tutti chiusi dalla popolazione, temendo che vi potessero cadere bambini e animali. Quanto noto del tracciato ipogeo è stato depredato nel corso dei secoli ed i detriti hanno poi riempito buona parte degli ambienti, così, nel disinteresse generale, l'affascinante Ardea ipogea resterà forse eternamente accompagnata da un grosso punto interrogativo.

Dopo la caduta dell'impero romano Ardea subisce la stessa sorte di Lavinium e delle città circostanti, le scorrerie dei barbari, i mutamenti climatici, l'impaludamento, il crollo demografico, la peste, la malaria, il brigantaggio.

Il territorio passa sotto l'influenza dei monaci benedettini di san Paolo, poi sotto i Colonna, quindi sotto i Cesarini ed i Caffarelli, ancora dopo sotto i Borgia, per poi ritornare in mano ai Colonna ed infine ai Cesarini nel XVI secolo.

La ‘comunitas di Ardea’, sebbene drasticamente ridimensionata, riuscì a sopravvivere ed a mantenere una propria identità nel corso di questi secoli tormentati e difficili, nel 1564 il barone Giuliano Cesarini rinnovò l'antico statuto comunale (la prima stesura di cui si abbia notizia è del XIII secolo) che regolava doveri e diritti del popolo nei confronti del feudatario, unitamente alle norme di convivenza civile.

Nonostante le fortificazioni costiere, malaria e scorrerie saracene, unitamente a brigantaggio e guerre, mietevano vittime a iosa tra la popolazione, riducendo il numero degli abitanti al punto che, dopo la caduta di Napoleone, Ardea perse la sua indipendenza e divenne frazione di Genzano.

La bonifica dell'agro pontino durante il ventennio fascista portò un nuovo slancio al territorio, Ardea fu annessa alla neonata città di Pomezia, le sue campagne furono bonificate, nuovi coloni furono impiantati nei poderi e nuovi contadini furono attirati da tutte le regioni. Il ripopolamento conosce una battuta d'arresto durante la guerra, per poi riprendere consistentemente subito dopo.

Nel 1970/71 Ardea chiede e ottiene l'autonomia comunale da Pomezia.

Tra le tradizioni perdute segnaliamo la presenza di più lupi mannari, in prossimità dei fontanili e quella degli spiriti inquieti, che abitavano fino a qualche decennio fa a Tor San Lorenzo, nella tenuta Puccini, non lontano dall'attuale zona La Cogna, in un edificio, il casale degli spiriti, che fu abbattuto negli anni '50 proprio per il terrore che incuteva nei passanti, in quanto di notte vi accadeva ogni sorta di spaventoso fenomeno spiritico.

Altre tradizioni sono ormai definitivamente perdute e restano solo ipotizzabili leggendo alcuni suggestivi toponimi nel territorio: valle della Favorita, fosso del Diavolo, Osteriaccia, fosso della Moletta, la Fossa, etc.

Santa Marina

La bizzarra storia di questa santa, che ritroviamo in buona parte del medio oriente, narra che un uomo, dopo la morte della moglie, volendo ritirarsi in un monastero, portò con se la figlioletta e, per poter vivere tra i frati, la costrinse a fingersi uomo, facendole giurare che mai nella sua vita avrebbe rivelato di essere donna. Così la fanciulla crebbe come Marino, monaco tra i monaci. Un giorno fu accusata di aver messo incinta la figlia di un locandiere e, per questa gravissima accusa, da cui poteva facilmente discolparsi se avesse rivelato di essere donna, fu cacciata dal monastero. La donna visse in una grotta come eremita, implorando ogni giorno di essere riammessa tra i monaci, e crebbe il bambino, frutto del suo presunto peccato di lussuria. Infine i frati, mossi a pietà dalle sue suppliche, la riammisero fra loro, condannandola però a svolgere i lavori più umili. La verità emerse, tra lo stupore dei monaci, solo alla morte di 'frate Marino', quando fu chiaro che non si trattava di un fraticello lussurioso ma di una santa fanciulla, pronta anche ad accettare il peso di una colpa non commessa pur di proteggere la sua santa castità. L'eremo di santa Marina è localizzato dalla tradizione locale ad Ardea, in una grotta a ridosso della rupe detta monte della Noce, all'interno dell'attuale cimitero cosiddetto 'vecchio', alle spalle dell'altare della chiesa di santa Marina. La grotta fa parte di una struttura ipogea scavata nel tufo, attualmente in fase di studio, probabilmente adibita, almeno per un certo periodo, a sepoltura. La chiesa di santa Marina fu costruita nel XII secolo ed i suoi numerosi affreschi, incluso quello della santa, sono purtroppo stati gravemente danneggiati dalle muffe e dall'incuria.

Non lontano dalla chiesa sorge il fontanile di santa Marina, fatto costruire da due priori ardeatini nel XVII secolo, un'iscrizione marmorea originale ricorda l'evento e l'esistenza della 'Comunitas Ardeae' che aveva proprio l'effige della santa come sigillo. Una sfortunata statuetta bassorilievo in marmo, copia dell'originale prima danneggiato da una fucilata, poi trafugato, mostra la santa con i suoi simboli caratteristici, una colonna ed un altro oggetto, forse un libro o involucro contenente qualcosa non meglio precisabile; l'iscrizione incisa la definisce "Diva Marina" cioè dea dell'acqua più che santa, probabile segnale di una sovrapposizione cristiana sul culto di una più antica Venere del mare o della ninfa Giuturna, sorella immortale di Turno, che si sciolse in lacrime perenni alla morte del fratello, originando così una sorgente d'acqua miracolosa.

L'acropoli

Sull'attuale acropoli resta poco dell'antico centro di cui il turista non riesce neanche a percepire la traccia. Un tempio dedicato presumibilmente a Giunone regina sorgeva più o meno sotto l'attuale municipio, si può intuire qualcosa andando a prendere un caffè nel bar omonimo. I blocchi del tempio furono in parte riutilizzati per la costruzione della chiesa di san Pietro apostolo, ad opera dei monaci benedettini del monastero di san Paolo (XII secolo). Non lontano sorge il rudere del castello di Ardea, o palazzo ducale (secolo XV), rimasto quasi illeso dai bombardamenti dell'ultimo conflitto mondiale, incredibilmente demolito con festeggiamenti in piazza e grandi sforzi dalla popolazione stessa, dopo aver ottenuto una assai dubbia perizia di pericolo di crollo (le foto mostrano un unico danno e neanche grave), resa ancora più dubbia dal fatto che il cater piller non riusciva a tirarne giù le possenti mura. Il rudere consiste nel piano terra della struttura originaria, che era una fortezza isolata, con tanto di fossato (riempito con le macerie della demolizione). In questo castello fu assassinato Ludovico Colonna, pugnalato alla gola dal cognato il 12 dicembre 1436, ed il suo fantasma ancora si aggira nei paraggi, comprensibilmente arrabbiato per quanto accaduto (a lui ed alla sua casa...). Oggi si accede alla Rocca di Ardea da una comoda via percorribile in automobile, ma non era così in origine. L'accesso era dalla parte opposta, quella verso il mare, attraverso l'attuale arco (XII secolo?), che veniva chiuso con un portone di legno. Dall'ingresso contemporaneo si notano alcuni tratti delle mura monumentali (quelli non demoliti). Girando intorno alle pendici della Rocca, partendo dall'arco e procedendo in direzione cimitero, si notano una serie di grotte, si intravedono delle incisioni rupestri, quindi si giunge alle ' concerie' situate sul versante nord della rupe, una serie di strutture scavate nel tufo, anticamente adibite ad attività produttive. Il percorso è affascinante ma conserva ben poco dell'importanza storica del luogo.

Il monte della Noce

Alle spalle del cimitero di santa Marina si alza il monte della Noce, che deve il suo nome, probabilmente, non al frutto del noto albero ma alla storpiatura della parola 'noctis', notte. Si accede da via Crispi che fronteggia l'oratorio cristiano ipogeo, antichissimo luogo di culto riadattato dai primi cristiani, riccamente affrescato con temi sia bizantini che occidentali. Via Crispi costeggia lo scavo archeologico del foro di Ardea, che ha fornito i resti di un tempio arcaico (VI secolo a.C.?) e di una basilica romana. Proseguendo per via Crispi (antico asse viario orientato con il solstizio d'estate) si giunge alla cima del pianoro, dove sorgeva uno dei santuari più importanti del Lazio antico, presumibilmente intitolato ai dioscuri Castore e Polluce. Il tempio è orientato su un asse nord-sud ed è stato sistematicamente luogo di culto e sepoltura dalla preistoria fino ad epoca romana. L'area, ancora oggetto di studio, è accessibile solo con visite guidate, generalmente organizzate dalle associazioni culturali in primavera. E' dagli scavi in questa zona che sono emersi i reperti più famosi di Ardea (sparsi nei musei e nei magazzini italiani ed esteri), inclusi dei raffinati gioielli in oro a corredo di alcune sepolture. Ardea, pur avendo una storia antichissima, non possiede un proprio museo archeologico e neanche un antiquarium. L'unico museo esistente è quello che conserva la raccolta delle opere più significative del maestro che amava questa città anche di più di quanto non l'amassero i suoi stessi cittadini: è Giacomo Manzù, celeberrimo artista contemporaneo, sepolto, secondo la sua ultima volontà, nel giardino del proprio museo, a poca distanza dalla sua villa laboratorio, a Campo del Fico (zona attualmente facente parte di Aprilia, ma un tempo parte integrante di Ardea).

Completano il quadro dei luoghi significativi la Torre di San Lorenzo (XVI secolo), con relativa chiesa adiacente (X secolo) e lo straordinario sito archeologico alla foce del fiume Incastro, il Castrum Inui, attualmente in fase di scavo e di studio. Essi appartengono al litorale di Tor San Lorenzo, frazione di Ardea, che rivendica una propria individualità storica ed etnica e che pertanto trattiamo separatamente.